Hai presente quando vedi qualcuno con la cerniera aperta dei pantaloni?

Di primo acchito ti scappa da ridere. Poi controlli la tua e tiri un sospiro di sollievo: è chiusa. Quel tipo lì, che va in giro con la cerniera aperta, non sa di avercela. Non si è guardato bene allo specchio prima di uscire, per esempio.

Lo stesso capita quando ti infili gli occhiali e manca un lente, quando hai il rossetto sbavato o il rimmel colato, quando ti sei sbrodolato il cioccolato sulla camicia senza accorgentene e sei rientrato in studio, sistemandoti la cravatta, col tuo solito fare sicuro e blasonato.

Cos’hanno da guardare tutti?

Se nessuno te lo dice, probabilmente non lo scoprirai mai.

Guardarsi da fuori

Quello che stai facendo, quando te lo chiedi, è una azione di outrospection: vuoi conoscere meglio te stesso uscendo fuori da te. Stai confrontandoti con la realtà di un altro per avere più chiara la tua, provando a metterti in relazione con l’altro.

Cosa pensa, lui?

Cos’è che fa tanto ridere lei?

È qualcosa di simile a ciò che accade al bambino quando nel suo mondo subentra la figura del padre (ovvero figura altra rispetto a quella principale di accudimento): la psicologia dinamica ci spiega che ciò consente al bambino di avviare quel processo di identificazione di sé, quel lavoro faticoso e sofferto in cui il bambino scopre che non è un tuttuno con il mondo. Si separa. Definisce la sua identità.

L’adulto sa bene di essere separato con il mondo, o meglio, lo crede fermamente. Eppure le reazioni attorno a lui fanno spesso vacillare questa certezza.

Ovviare all’inconveniente della cerniera è facile: basta guardarsi allo specchio nei minimi dettagli, prima di uscire. Ma quando le sbavature riguardano comportamenti e modi di essere, come ce ne accorgiamo? E fino a che punto le comprendiamo?

Introspection e Outrospection

Il secolo scorso è stato quello dell’introspezione: la psicoanalisi, così come la letteratura di auto-aiuto, ci ha fatto credere che il modo migliore per capire chi eravamo e cosa volevamo dalla vita era quello di guardarsi dentro, guardare a fondo la propria interiorità, i propri sentimenti, i propri desideri, riflettere sulla propria identità utilizzando il proprio pensiero.

Non ha funzionato.

Roman Krznaric, filosofo australiano, suggerisce di spostare il punto di vista per avere una efficace consapevolezza di sé, facendo una azione di outrospection: uscire da se stessi per conoscersi. Chiedere all’altro cosa vede in noi, come si trova con noi; fare attenzione agli effetti provocati nell’altro. Verificare con l’altro.

Ma anche, osservare il mondo in ogni suo aspetto con curiosità. Interessarci ad altre culture, altri modi di fare ed essere. Interessarsi all’altro, sentirlo, sforzarsi per comprenderlo, comunicare quella comprensione.

In una parola, allenare l’Empatia.

Perché allenare l’Empatia

Allenare l’empatia ci consente di spingerci oltre il passo di una migliore identificazione di noi, ci consente anzi di ricongiungerci all’altro, di farci sentire parte di un tutto, di tornare al punto di partenza in cui non c’è separazione e tutto è amore. Questo passaggio è il passaggio di una vita.  Per questa ragione, credo, Krznaric vede nell’empatia la soluzione ultima alle divisioni sociali e alla guerra. Ricordiamoci anche che se siamo ancora qui, come specie, è proprio grazie ad essa.

Ma torniamo al lungo processo di consapevolezza di noi.

Allenare l’empatia è diverso da allenare la compassione o l’intelligenza sociale o la simpatia. E’ qualcosa di più: non ha a che fare con una semplice capacità logica e di ragionamento sugli stati mentali altrui; non ha a che fare solo con una connessione emotiva con l’altro; non ha a che fare soltanto con la comunicazione e la verifica di ciò che accade insieme all’altro; né solo un continuo riadattamento del nostro punto di vista. Ha a che fare con tutte queste cose insieme.

Quello che facciamo quotidianamente quando vediamo la cerniera aperta dei pantaloni del collega è un buon punto di partenza. Quella cosa è imbarazzante per me? Brutta? Non etica? Come si sente lui?

Posso chiederglielo.

Intanto, devo trovare un modo per dirglielo!

Se vedo quella cosa dal di fuori, e comprendo come si sente lui, capisco se voglio evitarla. Come fare è tutt’altra faccenda, ma intanto sappiamo cosa di noi potrebbe non piacerci.

Ma gli altri, ci dicono cosa di noi stona, o cosa è incredibilmente favoloso?

Quali relazioni consentono l’outrospection

La consapevolezza, di cui tanto si parla, è questa.

Da un lato, mettersi in relazione con l’altro ci fa vedere e sentire cosa di noi vorremmo migliorare, dall’altro lato è il soggetto in relazione con noi che può dirci cosa di noi è inaccettabile e brutto, oppure straordinario. Vorremo valutare il feedback dell’altro in base ai nostri valori; intanto abbiamo delle informazioni fondamentali per noi.

Sto per caso dicendo che devi essere conforme alle aspettative dell’altro?

No.

Leggersi negli occhi dell’altro deve essere una azione informativa non condizionante, né tantomeno rassicurante. Non stiamo cercando conferme, o certezze, stiamo guardandoci onestamente da punti di vista privilegiati: quelli degli altri. Se riusciamo, di altri centomila*.

Quando e come la relazione con l’altro facilita tutto ciò?

In generale, tutte quelle relazioni autentiche e rispettose della propria natura, tutte le relazioni empatiche ci aiutano a vederci da fuori e a capire bene chi siamo e soprattutto cosa vogliamo essere per essere felici. Consolidiamo in nostri valori, mettiamo in discussione le nostre credenze.

Nella vita di tutti i giorni però le relazioni non sono tutte così.

E se è troppo difficile imparare di noi dalle relazioni poco rispettose e non sempre empatiche?

Il coach umanista è una di quelle figure professionali che consente allo scambio e al lavoro di consapevolezza di avvenire in condizioni neutre e funzionali.

Il buon coach, allenato a vedere il pontenziale nell’altro (oltre che in sé), che ha a cuore l’altro, e che è pronto a vedere l’altro per ciò che è, glielo restituisce con modalità utili alla consapevoleza e quindi alla crescita.

Il coaching consente al soggetto di guardarsi, accogliersi, anche con la cerniera aperta. Non c’è vergona, non c’è aspettativa, né conformismo.

C’è consapevolezza. Di cui semmai si può anche sorridere.

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