Il Life Coaching ne: L’eleganza del riccio (visto da me)

1. Una delle due protagoniste, Paloma, dodici anni, guarda il padre seduto davanti alla tv guardare la partita di rugby. Annota poi i suoi pensieri in un diario che intitolerà Diario del movimento del mondo.

Quando i giocatori neozelandesi hanno cominciato il loro haka, ho capito. Tra l’oro c’era un maori, alto e giovanissimo. Era stato lui ad attirare il mio sguardo fin da subito, all’inizio senz’altro per la sua altezza, ma poi per il suo modo di muoversi. Un movimento stranissimo, molto fluido, ma soprattutto molto concentrato, intendo concentrato su sé stesso. La maggior parte della gente, quando si muove, beh, si muove in funzione di ciò che ha intorno. Proprio in questo momento, mentre sto scrivendo, c’è Constitution [il gatto di casa] che passa strisciando la pancia per terra. Questa gatta non ha nessun progetto di vita concreto, eppure si dirige verso qualcosa, una poltrona probabilmente. E lo si vede dal modo in cui si muove: lei va verso. Ecco la mamma che passa avviandosi alla porta, esce a fare spese e di fatto è già fuori, il suo movimento si anticipa da sé. Non so bene come spiegare, ma durante lo spostamento il movimento verso in qualche modo ci disgrega: siamo qui e allo stesso tempo non siamo qui perché stiamo già andando altrove, non so se rendo l’idea. Per smettere di disgregarci bisogna stare fermi. O ti muovi e non sei più intero, o sei intero e non ti puoi muovere. Ma quel giocatore, appena l’ho visto entrare in campo, ho sentito subito che era diverso: la sensazione di vedere muoversi, proprio così, pur restando fermo. Assurdo vero? Quando è cominciato l’haka ho guardato soprattutto lui. Si vedeva che non era come gli altri. Infatti Cassoulet n°1 ha detto: “E Somu, il temibile trequarti neozelandese, sempre molto impressionante con quel fisico da colosso; due metri e sette centimetri, centodiciotto chili, centro metri in undici secondi. Un bel bambino, signora!” Tutti erano ipnotizzati da lui, ma sembrava che nessuno capisse esattamente perché. Eppure è risultato subito chiaro durante l’haka: lui si muoveva, facendo le stesse mosse degli altri (battere il palmo delle mani sulle cosce, pestare per terra a ritmo, toccarsi i gomiti, il tutto guardando l’avversario diritto negli occhi con un’aria da guerriero nervoso), ma mentre i gesti degli altri andavano verso gli avversari e verso tutto lo stadio che li guardava, i gesti di questo giocatore rimanevano in lui, rimanevano concentrati su di sé, e questo gli dava una presenza, un’intensità incredibili. E così l’haka, che è un canto guerriero, si caricava di una potenza straordinaria. La forza di un soldato non stanell’energia che impiega per intimidire l’avversario inviando un mucchio di segnali, ma nella capacità di concentrare in sé la forza focalizzandosi su sé stesso. Il giocatore maori si trasformava in un albero, una quercia enorme, indistruttibile, con radici profonde, un irraggiamento potente, e tutti lo sentivano. Eppure avevamo la certezza che la grande quercia avrebbe anche potuto volare, che sarebbe stata veloce come il vento, malgrado o grazie alle sue profonde radici. E così ho guardato la partita con attenzione, cercando sempre la stessa cosa: movimenti compatti in cui un giocatore diventasse tutt’uno con il suo movimento, senza bisogno di frammentarsi dirigendosi verso. E ne ho visti!.

Il maori di cui parla è una rappresentazione di un buon Coach: centrato, che non si disgreta nell’incontro con l’altro, presente, intenso, che fa vincere la sua squadra; il maori è anche rappresentazione di un coachee soddisfatto e felice, un coachee che ha raggiunto il suo obiettivo: muoversi restando interi, diventare tutt’uno col movimento, raggiungere una potenza straordinaria, intensità, capacità di concentrare l’energia focalizzandosi su se stesso e non sull’ ”avversario”, la possibilità di volare, di essere felice.

 

2. Scrive sempre Paloma, nel suo Diario del movimento del mondo, a proposito dei due cani del condominio che si incontrano sul pianerottolo davanti all’ascensore (si tratta di un incontro ravvicinato tra cane maschio e cane femmina.). Esempi di kairos!

Sono anni e anni che Colombe ci rompe le scatole col concetto di kairos, un concetto greco che significa più o meno il ‘momento propizio’, quella cosa che secondo lei Napoleone sapeva cogliere – perché chiaramente mia sorella è una specialista di strategia militare. Insomma, il kairos è l’intuizione del momento. Beh, posso dirvi che Neptune aveva il suo kairos proprio sul muso e non ha tergiversato, si è comportato da vero cavaliere: ci è salito sopra.

 

3. Paloma scrive il suo pensiero profondo numero tre nel diario dei pensieri profondi, a proposito del gioco del go.

Se penso al go… Un gioco che ha come scopo la costruzione di un territorio è per forza un bel gioco. Ci possono essere delle fasi di combattimento, ma sono solo in funzione della meta finale, far vivere i propri territori. E’ dimostrato che nel go per vincere bisogna vivere, ma anche lasciar vivere l’avversario, e questo è uno degli aspetti più riusciti. Chi è troppo avido perde la partita: è un sottile gioco di equilibri in cui bisogna essere in vantaggio senza schiacciare l’altro. In fin dei conti, la vita e la morte sono sole le conseguenze della solidità o meno di una costruzione. Lo dice uno dei personaggi di Taniguchi: vivi, muori, sono solo conseguenze. E’ una massima del go e una massima di vita.

La vita e la morte di cui si parla possono essere viste come raggiungimento (vita) /non raggiungimento (morte) di obiettivi (nel secondo caso come resa da parte del coachee o di chi resiste al cambiamento). In questo senso, il vivere e lasciar vivere è l’atteggiamento di un buon Coach: egli fa il proprio lavoro (centratura) ma con la consapevolezza che poi l’altro è e deve essere libero di scegliere, se andare, se fermarsi, se fare un percorso, quale percorso, che è e resta proprio delcoachee o più in generale di qualunque individuo.

 

4. Paloma scrive il suo ‘pensiero profondo’ numero 9.

Ecco qui il mio pensiero del giorno: per la prima volta ho incontrato qualcuno che cerca le persone e che vede oltre. Può sembrare banale, eppure credo che sia profondo. Non vediamo mai al di là delle nostre certezze e, cosa ancora più grave, abbiamo rinunciato all’incontro, non facciamo che incontrare noi stessi in questi specchi perenni senza nemmeno riconoscerci. Se ci accorgessimo, se prendessimo coscienza del fatto che nell’altro guardiamo solo noi stessi, che siamo soli nel deserto, potremmo impazzire. Quando mia madre offre gli amaretti di Ladureé a madame de Broglie, non fa che raccontare a se stessa la storia della sua vita, sgranocchiando il proprio sapore; quando papà beve il caffè leggendo il giornale, si contempla in uno specchio tipo autosuggestione cosciente del metodo Coué; quando Colombe parla delle conferenze di Marian, blatera davanti al riflesso di sé stessa, e quando le persone passano davanti alla portinaia, non vedono nulla perché lì non si vedono riflesse. Io invece supplico il destino di darmi la possibilità di vedere al di là di me stessa e di incontrare qualcuno.

Bellissimo pezzo sull’incontro. L’incontro di un Coach con tutti coloro che vogliono intraprendere un percorso con lei/lui; l’incontro di ciascuno con l’altro, che quando autentico arricchisce e rende felici.

 

5. Paloma parla del suo nuovo amico Kakuro. Kakuro è dal mio punto di vista l’esemplificazione di un buon Coach.

È molto piacevole ascoltarlo parlare, anche se quello che racconta ti è del tutto indifferente, perché ti parla davvero, si rivolge a te. E’ la prima volta che incontro qualcuno che si preoccupa di me quando mi parla: non aspetta l’approvazione o il disappunto, mi guarda con l’aria di dire: “Chi sei? Vuoi parlare con me? Mi fa proprio piacere stare con te!” Ecco cosa volevo dire con la parola gentilezza, questo modo di fare che dà all’altro la sensazione di esserci.

 

6. Paloma e la sua amica Marguerite giocano a predire i destini (in generale, destini crudeli per le persone che a loro non piacciono, specialmente gli amici di scuola).

E se volete la mia opinione, la cosa più tremenda non è il fatto che giochiamo a questo gioco, ma che questo non è per niente un gioco. [Paloma viene invitata con la sua amica Marguerite a prendere un tè da Kakuro quando conosce la nipotina di kakuro.] La nipotina di Kakuro si chiama Yoko. […] Osservandola mi sono chiesta: “Anche lei diventerà come gli altri?”. Ho cercato di immaginarmela fra dieci anni, disillusa, stivali alti e sigaretta in bocca, e poi dieci anni dopo in un interno asettico ad aspettare il ritorno dei figli, dandosi arie da brava madre e sposa giapponese. Ma non ha funzionato. Allora ho provato una grande sensazione di felicità. E’ la prima volta in vita mia che incontro qualcuno di cui non riesco a prevedere il destino, qualcuno le cui strade della vita rimangono aperte, qualcuno pieno di freschezza e di possibilità. Mi sono detta: “Eh sì, ho provo voglia di vederla crescere Yoko.”.

Ecco è un esempio di felicità di un Coach: il disorientamento di fronte al destino del proprio coachee, ciò che prova incontrandolo, perché non sa dove il coacheelo condurrà.

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