Un uomo, un artista?*

Prima di incontrare Carlo e sua moglie Franca mi ero preparata qualche domanda. Non sono una giornalista, non conosco il mestiere, ho pensato: con delle domande posso evitare di perdermi, di dimenticare. Mi sono persa subito, già sul pianerottolo del nono piano di casa Cammarota, dove Carlo è apparso da una luce bassa facendomi spaventare. Cominciamo bene, ho pensato. Abbiamo cominciato sorridendo.

Casa Cammarota è la casa di un artista, di un pittore, di un poeta, di un sognatore, di un lavoratore, di uno scultore, di uno studioso; è la casa di una coppia, di un padre e una madre, di una famiglia, è una casa moderna e antica, è una CASA.

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La porta di ingresso di casa Cammarota.

Per prima cosa, di un pittore: ogni parete, porta, l’appendiabiti, la cassetta dell’avvolgibile, i mobili, tutto è ricoperto dai paesaggi e dai personaggi di Carlo. Solo il gatto, Pippo Mipo, porta colori propri. (Carlo dice che sarebbe felice se potesse capire cosa gli dice il gatto, tra le altre cose, quando a un certo punto apriamo il lungo capitolo sulla felicità.).

– Spiegami un po’, che lavoro fai – mi chiede dopo avermi fatto accomodare e offerto da bere (acqua grazie, vuoi un po’ di wisky? No grazie – e tanto non ce l’ho – Carlo mi mette molto alla prova sull’ironia :).

Provo a raccontargli del mio lavoro e come me lo sono andata a cercare, le motivazioni, la soddisfazione, e ciò che mi ha spinto a contattare lui per fare due chiacchiere. Qualche giorno prima, in occasione di Paratissima, avevo incontrato Carlo, sua moglie e sua figlia Silvia (pittrice anche lei) e c’era stato uno scambio per me illuminante. Quella sera ci si dava del lei, ed era andata più o meno così:

– Da quanto tempo fa questo mestiere?

– Da sempre, so’ quarant’anni.

– Ah.

– Eh si, so’ stato costretto.

… Chissà – pensavo – avrà avuto un padre artista che gli ha imposto di imparare l’arte del dipingere? Oppure…costretto da cosa?

– Ho provato a lavorare, ma mi annoiavo! Era una noia mortale!

Abbiamo dovuto ridere tutti, siamo stati costretti. Stavo scherzando, ma dicevo sul serio.

Così, il giorno dopo, timidamente, gli ho telefonato per chiedergli se potevo andare a trovarli.

– Ma tu usi un metodo? C’è un metodo dietro il lavoro che fai?

– Si certo, c’è un metodo, ma il metodo non basta, e non sempre è quello che rende efficace un percorso di Coaching. Si parte da una teoria – siamo nell’era delle Scienze, no? Ma poi…

– Ah menumale – afferma lui.

– Insomma Carlo, com’è andata? Com’è che fai l’artista?

(Sono stata irrimediabilmente costretta a passare al tu; ho anche provato a difendermi dicendo che il lei era un residuo culturale del centro-sud che mi portavo appresso: dopotutto lui avrebbe potuto capire. “Non sono mica così vecchio!” ha voluto aggiungere comunque. E io ho visto tutta l’umiltà di chi si pone davanti a te e sa che anche tu, dal tuo piccolo, gli darai qualcosa.).

– Ho fatto tante rinunce, devi rinunciare alle comidità, devi fare delle scelte, ma le fai perché la passione è talmente forte, che non puoi fare diversamente, non puoi.

Carlo si trasferiva a Torino, e lavorava 9 mesi alla FIAT. “Non ha partorito alla FIAT”, dice sorridendo sua mogile Franca, straordinaria alleata. Spiegano e ripetono in modi diversi per esprimere lo stesso concetto: lui non avrebbe potuto fare altro che esprimersi attraverso la pittura e la scultura. Chiedo a Carlo se quando ha scelto aveva già una famiglia.

– No, non ancora. Poi l’ho avuta e ho continuato, assieme a loro. Altre persone che avevano cominciato come me, hanno smesso. Le ho reincontrate nel tempo e gli ho chiesto se dipingevano ancora, molti mi rispondevano che avevano avuto dei figli e avevano smesso. E che vuol dire? Dipingere è una necessità, io avevo la necessità di esprimere qualcosa, e se non lo facevo stavo male. Finché ce n’è stato bisogno, ho anche lavorato in altro modo; poi dopo ho avuto la fortuna che i miei quadri sono piaciuti, da subito, ho avuto la fortuna di incontrare persone intelligenti che hanno apprezzato le mie opere.

Sorridiamo tutti e tre. Carlo e Franca raccontano della loro vita con ironia e insieme realismo e concretezza. Si sorride, non si parla di sogni, ma si sta tremendamente bene lì a casa Cammarota.

– Avevo la necessità di esprimere qualcosa che avevo dentro, non sapevo come. Ho provato all’inizio con la scrittura, ma non funzionava, poi ho incontrato la pittura ed è stata la mia strada, perché nella pittura, come nella poesia, c’è sintesi. La sintesi è il mio modo per esprimermi.

– Quindi scrivi anche poesie?

Dice a Franca di prendere qualcosa. E’ un bellissimo progetto fatto di illustrazioni di sue opere pittoriche ciascuna associata una poesia, sua o di un altro poeta noto.

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Il mio preferito: bambini a scuola dalla testa quadrata

– Bello! – dico loro. E così mi aggiudico subito due volumi della raccolta illustrata.

– E dove sono queste opere?

– So’ state vendute tutte.

Mi rammarico di non avere la possibilità di vederle dal vivo, nel frattempo Carlo riprende la sua narrazione.

– Occorre scoprire le proprie capacità. Se non scopri le tue capacità, se le tieni dentro, ti fa male. Lo devi tirare fuori per forza. Uno si deve dire la verità, non serve raccontarsi palle.

Mi piace il modo in cui ci parliamo, è come con amici, davanti a un caffè. Non c’è formalità, non ci sono formalismi. Mi verrebbe da chiedergli se era un Life Coach in una sua vita precedente: troviamo parole nuove per relazioni e significati che esistono da quando esiste l’uomo.

– Io mi mettevo davanti a un’immagine, e poi i colori venivano da soli. Arrivava la figura, e poi i colori. Ho imparato da solo a usare i colori, molti pittori mi chiedono come faccio, perché la mia non è una tecnica che si insegna all’accademia. L’accademia spesso è limitante, perché la creatività viene limitata. Se esci fuori dagli schemi non vieni capito. Il brutto è quando questo accade nella vita professionale, in cui i critici non riconoscono le tue opere se non sei inserito in una moda, in un flusso, in una corrente.

– Ma questo è un paradosso dell’arte, no? Nelle accademie è comprensibile, ma i critici? Com’è possibile che un critico d’arte non abbia un criterio libero?

– La mia arte è ancorata alla storia dell’arte, alla tradizione. Nei miei quadri c’è la manualità della pittura, è una pittura volutamente a-ideologica. Il fatto è che la critica è diventato un mestiere, ecco perché. Il critico, il curatore, fa quello di mestiere. E allora se non appartieni a un’ideologia, non sei bravo. Devi avere la forza di superare le istituzioni e le avversità. È stato difficile, mica è stato facile! Abbiamo avuto un sacco di difficoltà, ma le abbiamo superate, perché avevo uno scopo, una meta. Abbiamo fatto delle rinunce – mi ricorda, nel caso io non l’avessi ben capito. – Se non hai uno scopo nella vita, come fai a superare gli ostacoli?

Carlo non lo sa ma ha compreso il senso profondo della mia professione.

Mi viene in mente una delle domande che mi ero appuntata prima di arrivare. Vediamo cosa mi risponde, mi dico.

– Cosa diresti a una persona che non è contenta del lavoro che fa e vuole cambiarlo?

– Deve avere delle alternative – poi guardandomi bene negli occhi – deve conoscere cosa ha dentro. Prima conosci cosa hai dentro, trovi l’alternativa, e poi non puoi fare altro che esprimerlo. E allora vai incontro pure alle difficoltà, perché non hai scelta.

Ci sono anche silenzi nel tempo che trascorro a casa Cammarota. Silenzi durante i quali ho la possibilità di sentire ciò che mi colpisce profondamente di queste persone, la loro umanità e autenticità. Carlo si preoccupa un po’ del silenzio, credo, vuole che mi senta a mio agio. Mi dice infatti che posso fargli anche domande più intime, posso chiedere tutto quello che voglio. Proprio quando me lo dice nella mia mente si apre il vuoto. Mi accomodo con lo sguardo su Pippo, che è ben piazzato nel grembo di Franca a farsi coccolare, partecipa così alla nostra riunione.

E’ tempo di fare un giro per casa e vedere tutto il resto.

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Carlo finge di bere da un vaso che porta i suoi soggetti dipinti.

Varcata la prima soglia dalla sala dove sono accolta, che è fatta proprio ad arco come quello di un cancello di una villa ottocentesca (i pezzo è poggiato sullo stipite e a tratti sembra disegnato), ci immettiamo in un corridoio stretto, che sarebbe stato più largo se non ci fossero sul lato destro e sinistro due librerie colme di libri.

– Questa è tutta poesia, – mi orienta Carlo, sul lato destro. Quando mi volto a sinistra vedo la faccia di Kafka che mi osserva dalla sua raccolta di racconti; più in basso riposa Freud, messo in orizzontale. Proseguiamo in cucina (dipinti, dipinti ovunque, anche sulle porte delle credenze) poi nelle camere, dove al posto delle figlie (sono grandi e ora vivono per conto loro) ci sono il laboratorio e numerose opere. Una in particolare mi colpisce: è una scolaresca, dei bambini in classe davanti ai banchi, col grembiule, sullo sfondo una lavanga, e la maestra. I bambini hanno forme rettangolari, squadrate. Nel dipinto tutto è squadrato, tranne gli occhi. Guadro Franca e Carlo come a dire “ah, eccoli, i bambini squadrati”, pensando a quello che mi aveva detto poco prima sulla scuola ai tempi suoi.

– A scuola c’era troppa disciplina; nei primi anni sessanta, non ci insegnavano tante cose, eravamo tutti inquadrati. Non si imparava niente; però c’era la promessa del futuro. Ora ci sono molte più possibilità per imparare cose.

Più di tutti mi colpisce l’opera sulla porta della camera, c’è un tram con delle persone dentro, un po’ fumettistico, un po’ romantico, i colori sono autunnali e dietro si vede un campanile. “È piazza Carlina” mi dice Carlo; vorrei staccare la porta e portarmela a casa.

Se ripenso al pomeriggio a casa Cammarota mi viene in mente un grafico che sale e scende, il tipico grafico a montagne-russe: quando ci si avvicina a discorsi grandi, come la felicità, la sofferenza, la morte, la vita, subito Carlo mette a disposizione la sua ironia per smorzarne il peso, per alleggerire l’aria; mi dice che non esistono discorsi di diversa profondità, è solo l’approccio che cambia.

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Scultura di Carlo Cammarota. Ballerini di tango.

– Anche la frivolezza può essere un pretesto per scandagliare l’esistenza, comunque è l’ironia il filo conduttore dell’equilibrio interiore. Mai prendersi troppo sul serio. E’ dura fare i conti con la propria anima (conviene?) ma è come un reflusso gastrico che ti sale su dal profondo e che non si può ignorare, nascondere, mistificare. L’artista – continua Carlo – deve essere lucido. E’ tutta cattiva letteratura il fatto che l’artista deve essere pazzo, che deve soffrire! Si soffre, si, ma perché si è costretti, perché si deve fare, mica perché si vuole. Van Gogh per esempio, mica era pazzo, era disperato! Perché nessuno lo capiva. Solo perché si comportava diversamente dalla banale normalità… Tu soffri?

Di domande così, a bruciapelo, Carlo me ne ha fatta qualcuna. Certo che soffro, gli ho detto. Da questa domanda saremmo arrivati poi di nuovo al senso della crescita personale e della mia professione di Life Coach.

– Per esprimersi, nell’arte come in qualunque altra cosa, non devi rifiutare il dolore, né soppromerlo, né eliminarlo, lo devi vivere. Se hai una meta, e incontri degli ostacoli, gli ostacoli li superi, perché vuoi raggiungere la meta. Se ti fermi sugli ostacoli non raggiungi più la meta. Ma gli ostacoli non li puoi eliminare.

– Carlo, tu sei contento? Se guardi alla tua vita, se felice? – gli chiedo. So che le domande a effetto non gli piacciono, proprio per questo gliela faccio: ho appreso come stimolare il suo sano cinismo.

– Non esiste la felicità!

– Ma io non parlo della felicità intesa come euforia, non mi interessa la felicità hollywoodiana, mi riferisco a una felicità (vogliamo chiamarla come Carlo?) relativa a una vita piena di senso e in cui possiamo svolgere attività che ci coinvolgono pienamente.

Mi risponde senza esitazione, senza aver bisogno di pensare:

– Io ho fatto proprio quello che volevo fare.

Mi sento felice anche io quando mi risponde così. (E’ quello che provo alla fine di un percorso di Coaching, per esempio.). Ragiona un po’, Carlo, e poi riprende, lo sento che vuole darmi tante cose:

– Devi avere uno scopo, altrimenti sei infelice. Io li vedo, tanti anziani qua sotto, sono infelici, non sanno cosa fare. Durante la vita lavorativa non si sono creati niente. E’ un peccato, è brutto.

– Avete degli amici?

La domanda sugli amici chiude il quadro, lo incornicia. Mi tornano in mente le parole di Diener sull’importanza delle relazioni durature e profonde.

– Ci sono persone importanti su cui sappiamo di poter contare, e per le quali siamo un punto di riferimento. Gli amici sono importanti. Non ne abbiamo tanti, ma quelli che abbiamo durano da una vita, ci vediamo, trascorriamo del tempo assieme.

Sento che è tempo di andare, di lasciarli alla loro intimità.

La reazione al mio grazie è prevista: Carlo mi risponde che non mi ha neanche offerto da bere, e che se voglio posso restare a cena: poco distante c’è il supermercato dove posso andare a fare la spesa. Se vuoi ridere con Carlo, mettiti una maschera seriosa (la demolirà).

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Carlo Cammarota che mi fa una linguaccia.

Prima di andar via chiedo di fare qualche scatto col mio cellulare. Carlo non solo mi dice di fare liberamente, ma si presta a fare da attore negli scatti. Ora beve dall’enorme vaso da lui dipinto; ora strozza la giraffa disegnata accanto allo stipite della porta che dà sulle camere; ora prega accovacciato sotto la madonna che ha disegnato sul muro.

La linguaccia finale mi fa pensare al diavolo dei Misteri. Spero che Carlo torni a visitare il luogo delle sue origini, glielo dico, abbandonandomi a qualcosa di estremamente personale e prezioso. Mi risponde che le sue origini affiorano di frequente con immagini e sensazioni di un passato che è presente, che sempre sarà, poiché le radici son ben piantate e gli avvenimenti di una vita che è stata tornano in superficie in uno struggente miscuglio di emozioni.

 

*Il sottotitolo è di Carlo.

Ecco QUI dove si possono sbirciare le sue opere.

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