Cosa ho imparato con il Baratto-Coaching che può esserti utile se vuoi fare una esperienza come la mia. Anche quando credi di non poterla fare.

Giovedì avevo un appuntamento per un trattamento shiatsu.

Ininzialmente avrei voluto regalarlo, il buono di cui disponevo. Credi sia facile? (Forse quando una cosa è vicina viene valutata con maggiore attenzione? Oppure perde di valore pecepito?)

Sicché mi son detta vado io.
Il buono era frutto di una sessione di Coaching con il Baratto.

Conosco la donna da cui sono andata, per cui c’era un piacere particolare nel recarmi da lei, e mi sono concentrata su tutto ciò, scacciando via pensieri boicottanti del tipo ma non ne avevo poi chissà quanto bisogno, o magari qualcuno altro ne avrebbe avuto più bisogno di me, per non parlare di certo in quel tempo potevo lavorare... Mi son sentita felice: che bello vado da Monja. Monja si è dedicata a me per oltre un’ora. Con amore e dedizione, ascoltandoci, come nel coaching, in questa sua nuova (neanche più tanto) professione che svolge con passione perché l’ha scelta e, come è ovvio, ha lottato per realizzarla.

Era l’ultimo scambio rimasto in sospeso del progetto di baratto-coaching 2.0.

Quanto è difficile accogliere? Dare valore a un dono?

La borsa peruviana nella foto me l’ha portata una ragazza in occasione di una sessione di baratto coaching, un po’ di tempo fa. Mi ha raccontato anche la storia di quella borsa. Per molto tempo non l’ho adoperata. Poi un giorno l’ho presa, ci ho infilato un’asciugamano e gli occhialetti da nuoto e ci sono andata a mare. È diventata la mia borsa del mare. Non avrei mai scelto una borsa così io, non è il mio “tipo” di borsa, oltre al fatto che io non amo le borse. Non prediligo, su di me, i colori forti, non amo che mi si veda da lontano; negli altri la trovo una cosa molto bella. Negli altri tutto mi sembra molto bello, anche le stranezze.

la mia borsina del mare (siamo a Pisa, qui è tutto ino)

Io quella borsa ce l’ho, mi son detta. E allora la adopero. Mi sono tornate in mente alcune cose di mia madre, un po’ antiche, ma meglio antiche che niente, mi diceva.

Man mano che l’ho usata mi è sembrato diventasse perfetta per quello scopo: asciugamano, occhialetti, borraccia dell’acqua. Allegra, come le giornate di sole d’estate.

Qualche giorno fa ho incontrato un musicista per fargli una intervista (non posso svelarti chi è, non ancora…) e mi ha preso un po’ in giro. Insomma, è fosforescente, è un certo tipo di borsa, con quella borsa li non ci puoi andare a un matrimonio (non è esattamente quello che ha detto, ma preferisco non riportare le sue parole fedelmente 🙂 apprezzerà!)

Portare una borsa così ha un significato, ti classifica, è come portare i rasta, o gli anfibi, gli occhiali a specchio, i tacchi a spillo. Ma se hai i tacchi a spillo e i rasta insieme, qualcuno lo puoi confondere.

Io gli ho sorriso, al musicista, gli ho detto Mi piace usare le cose che ho. Mi piace usare le cose che ho! Ho compreso, più profondamente, cosa mi avesse dato e insegnato, il baratto-coaching che mi sono inventata oltre due anni fa.

Accogliere.

Accogliere quello che arriva, accogliere il presente.

Ho una borsa, e la utilizzo anche se non è il mio stile. Ho un massaggio di riflessologia plantare e vado a farlo anche se preferirei regalarlo a qualcuno. Ho una lezione di canto da provare e io ci vado, io a una lezione di canto: che piuttosto sottacqua in apnea. Le esperienze che ho appena elencato, solo alcune tra tutte quelle fatte, sono state nel loro piccolo trasformative. Ci sono cose che dovrò esplorare e non lo sapevo, non lo avrei mai saputo, per esempio. È stato, tra le altre cose, un lungo allenamento all’aperturta mentale.

Quest’anno ho accolto le occasioni più diverse che sono arrivate grazie al progetto.

Non so bene se riuscirò, qui, a esprimere la ricchezza di una tale esperienza.

A rendere speciale l’esperienza sono state le persone. Con ciascuna di loro (è stato un baratto coaching al femminile quest’anno) si è creato un legame speciale, anche dopo una o due sessioni di coaching. Affidarsi a loro è stato altrettanto speciale.

Dulcis in fundo: Jana Sebestova.

Fotografa di professione. Lei arrivò proprio l’ultimo giorno utile per prenotare una sessione. Mi scrisse in effetti chiedendomi se c’era ancora tempo, forse non c’è più tempo? Mi chiese. Si che c’è in tempo. Cosa vuoi che sia una data fissata sul calendario.

La prima cosa che le dissi, mi era molto chiaro, era che il set fotografico che mi avrebbe offerto in cambio l’avrei regalato a qualcuno. A chi?

Più passava il tempo e più non trovavo nessuno a cui poter regalarlo. Eravamo a Torino, mica… 🙂 Per di più Jana mi aveva più volte detto che avrebbe avuto piacere a farlo a me. Si, perché è lì che senti la dimensione dello scambio. Andare in un luogo dove non hai scelto di andare, e proprio per quello andarci perché c’è qualcuno che ti accompagnerà.

Sapete come è finita, si?

Così.

Ho coinvolto anche Sara, che giovanissima si occupa di video produzione. Io, Jana, e Sara, ci siamo scambiate quello che avevamo, lo abbiamo fatto divertendoci, mettendoci in gioco, accogliendo ciò che ciascuna di noi aveva da dare.

 

Ricevere, essere capaci di ricevere, è molto più difficile di quello che si possa immaginare. È una nobile forma di dare, perché nel ricevere da chi vuole darci qualcosa gli consentiamo di essere felice.

A tutti voi che volete sperimentare il baratto nel vostro lavoro, fatelo, lasciatevi stupire, accogliete, e dimenticate per un po’ il denaro. Il denaro che non avrete ricevuto in quelle sessioni, in quelle prestazioni o in quei servizi non vi cambierà la vita. Questa esperienza, un po’, si.

E con grande gioia vi segnalo la prima (dichiarata) contaminazione di baratto, a Roma, ad opera di Ilaria Torri, eccola QUI 🙂

 

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