Tra le 24 qualità del carattere (potenzialità) teorizzate e sperimentate dalla Psicologia Positiva, c’è l’Apertura Mentale.

Chi ha lavorato con me l’ha sentita nominare: l’apertura mentale è una qualità del carattere che permette di vedere il mondo non soltanto con i propri occhi e attraverso il proprio vissuto, di accogliere la diversità senza giudicarla.

Nel test sulle potenzialità (versione italiana validata) è così descritta: l’apertura mentale è di chi “cerca di analizzare le cose da diversi punti di vista”; di chi “di norma evita di dare giudizi su due piedi, cerca di non subire stereotipi e pregiudizi.” Di chi ha “la capacità di cambiare opinioni consolidate per prendere decisioni finalizzate alla propria realizzazione.”.

Nella mia esperienza, professionale e di vita, ho constatato che l’apertura mentale è alla base dell’empatia.

Apertura Mentale come base per l’Empatia

L’empatia può essere definità la capacità insita in ciascuno di entrare in sintonia con l’altro, comprenderlo, creando uno spazio possibile di incontro. L’empatia non ha a che fare solo con le emozioni: riguarda anche i pensieri, i sentimenti, e le azioni che ne conseguono. Ha una base neurobiologica, è concreta.

Allo stesso tempo, pare che la neurobiologia abbia scoperto anche la base biologica della tendenza a vedere gli altri come “loro” rispetto a “noi”, a provare che l’odio per il diverso ci appartenga come specie (vedi Internazionale del 7 dicembre 2017), sia radicato nel nostro cervello. Evoluzionisticamente parlando, ciò è comprensibile.Per migliaia di anni la specie umana ha dovuto difendersi dalle altre specie, e ci è riuscita proprio grazie all’empatia che ha legato gli uomini e le donne gli uni agli altri. (Come si spiegherebbe altrimenti che ce l’abbia fatta, una specie animale così piccola e fragile?).

Poi, a un certo punto, deve aver cominciato a creare delle separazioni. Come coniugare questa diffidenza della specie umana che tenta di essere animale di cultura?

Come contrastare l’odio per il diverso?

L’apertura mentale è alla base dell’empatia perché quando allenata richiede così tanto lavoro su di sé che ogni risultato non può che portare all’accoglienza (anche) dell’altro. Richiede tanto lavoro su se stessi perché, quando ci si apre, si corre il rischio di “essere derubati”: aprirsi all’altro, dare all’altro la possibilità di essere ciò che è può turbare le proprie certezze, richiede una verifica su se stessi di quello cui l’altro è portatore.

Facciamo qualche esempio?

Accogliere idee politiche diverse dalle proprie, preferenze sessuali diverse dalle proprie, decisioni di vita diverse dalle proprie, scelte alimentari diverse dalle proprie… Tutto ciò vuol dire dover verificare fino in fondo se quelle scelte, quelle idee e quelle preferenze, siano effettivamente ecluse dalle nostre. Vuol dire in ultima analisi effettuare un lavoro di consolidamento della propria identità, anche laddove questo lavoro di verifica e consolidamento richiedesse un cambiamento.

Perché la diversità fa paura

Ricordo a tale proprosito un vecchio articolo letto su internazionale, diversi anni fa (era di certo il periodo tra il 2007 e il 2010): era un articolo sulle comunità Rom.

Una delle foto più belle contenute nell’articolo, a tutta pagina, era di una ragazzina che teneva un ombrello aperto su di sé, sorridente, bella, allegra, soprattutto: libera. Il contenuto che mi colpì e per questo ricordo faceva riferimento al fatto che il motivo di tanto disprezzo talvolta raccolto nei confronti delle comunità rom non è tanto legato al rischio di furti, di malattie, o ad altri tipici stereotipi che colleghiamo al nomadismo; piuttosto, a una profonda, e nascosta, paura: la paura di vivere nell’incertezza.

La paura di non avere certezze, stabilità, una casa e un luogo sicuro dove vivere, da possedere: ecco a cosa il confronto con le comunità nomadi ci mette di fronte, a ciò che loro riescono a fare senza averne paura. Questo a molti fa terribilmente paura. Mette in discussione anche altre delle nostre certezze: siamo sicuri di voler vivere la nostra vita vincolati a un luogo, a dei possedimenti, a un lavoro? …siamo sicuri di voler vivere la vita accumulando certezze e vincoli? Riconduce, se ci si pensa bene, a un vecchio dilemma dell’essere umano, quello tra esplorazione e sicurezza.

Per accogliere le scelte di vita di una ragazza rom occorre aver fatto i conti con le proprie, occorre essersi chiesti più volte: Chi sono, Cosa voglio dalla vita.

Apertura mentale è un gran lavoro per comprendere

Si possono fare altri esempi, più estremi. Il sociologo Sam Richards, nel suo talk A radical experiment in empathy (TEDxPSU 2010), ci mette alla prova facendoci mettere e stare per un po’ nei panni di un ribelle iracheno, uno di quelli che si farebbero esplodere provocando un massacro. Un esercizio difficile ma necesario per non rispondere alla guerra con una guerra. Comprendere non vuol dire approvare. Comprendere è fondamentale per fare delle scelte lungimiranti, possibili solo attraverso la comprensione e l’empatia.

Ci vuole apertura mentale.

Comprendere cosa può portare un uomo a fare violenza sulla propria donna, senza giudizio, vuol dire liberarsi dal vincolo di sottostare a quella violenza. Comprendere vuol dire allontanarsi da quell’uomo in piena libertà.

E’ una qualità pazzesca l’apertura mentale, è straordinaria. Potente.

Mettersi di fronte a qualcosa di assurdo, a qualcosa che subito ci fa dire che schifo, che brutto, che assurdo, che vergonoso, e dirci: voglio comprendere. Consolidare la propria identità. Poi indignarsi, ma solo dopo aver compreso profondamente.

Apertura mentale è consolidare la propria identità

Chi ha una identità forte può vedere tutto. Può attraversare il mondo senza doverla negoziare con nessuno. Può, alla fine dei conti, amare.

Mi viene in mente, in chiusura di queste mie riflessioni, uno dei laboratori fatti con Davide Longo, scrittore piemontese che stimo molto perché credo sia, più o meno consapevolmente, uno di coloro che si adoperano per allenare l’altro all’apertura mentale.

Si parlava di frontiera, e si erano esplorate frontiere di tipo diverso, legate al tempo e allo spazio, alla geografia.

Quali frontiene è possibile abbattere senza arrecare danni?

I confini tra i Paesi che utilità hanno e quando sono assolutamente necessari?

Più un paese ha una identità fragile, più abbattere i confini può essere rischioso e produrre più guerre di quante non ce ne siano già. E’ un discorso questo in apparenza pericoloso; di grande saggezza dal mio punto di vista.

Come consolidare l’identità di un Paese quindi?

Domanda complessa per la professione che svolgo io; le risposte possibili per me sono sempre quelle legate alla responsabilità individuale: consolidando la propria identità, partendo dal mettere in discussione se stessi.